Lo squalo è morto.
Quanto danno può compiere in una vita un parassita predatore.
Lui si aggira per l’oceano mondo, silenzioso e in apparenza innocuo, ma è sempre pronto a vincere la propria naturale pigrizia per amputare altrui ogni qualvolta ve ne sia un tornaconto primario o secondario.
Il suo aspetto con i propri parenti e amici è gentile, rimane tale fino allo svelamento, che per alcuni non avviene mai.
Sono gli amici quelli che hanno un ciclo infatuazione-svelamento più breve – il che non deve far pensare a pochi istanti: mediamente occorrono anni, di solito dai cinque ai dieci.
Dopo lo svelamento lo detestano, ma ormai è troppo tardi, anche per detestarlo, e per un meccanismo di difesa conviene dimenticarlo, perché altrimenti bisognerebbe ammettere di esserne stati infatuati – il che è vergognoso.
La mia missione è sopravvivergli e proteggere le sue principali vittime. Finora ci sono riuscito. Sono riuscito a vederlo morire e a guardare verso l’orizzonte con serenità.
E se lo squalo non fosse morto? E se invece soccombessi io prima di lui, lasciando le sue vittime prive di qualsiasi scudo?